TANTI I NODI ANCORA DA SCIOGLIERE MENTRE IL SETTORE CALZATURIERO CAMBIA

Dice bene Paolo Silenzi, presidente provinciale Cna di Fermo, a proposito delle aspettative sull’andamento dell’edizione settembrina del Micam: <Basta dire sempre le stesse cose, basta le solite dichiarazioni sul Micam. Guardiamo al concreto>. Ma anche di concreto, al momento, c’è ben poco. Solo parole e belle intenzioni. Cuneo fiscale, Made in, filiera produttiva in frantumi: <Sono i problemi principali del calzaturiero e del distretto e sono ancora irrisolti> prosegue Silenzi. Sono zavorre che impediscono agli imprenditori di risalire la china. Nel frattempo, le abitudini dei consumatori stanno cambiando, obbligando i calzaturieri a rincorrerle: l’e-commerce e un sapiente uso del web e dei social stanno diventando proficui canali commerciali e le calzature tipo sneakers stanno soppiantando le scarpe classiche, eccellenze e vanto dei manifatturieri italiani. Che fare? Mentre si prolunga l’attesa per conoscere a quale sorte è destinato l’iter per il riconoscimento dell’area di crisi complessa per il distretto calzaturiero fermano maceratese, i dati del settore, alla voce export, nei primi sei mesi del 2018 presentano tanti e pesanti segni ‘meno’ nei primi tre mesi rispetto allo stesso periodo del 2017. E non tragga in inganno il segno ‘più’ in valore nell’export degli ultimi tre mesi, perché in volume il dato resta negativo, per cui c’è poco da esultare per le imprese calzaturiere. Significativa di altri cambiamenti in atto nella stessa organizzazione delle aziende, la lettura che alcuni analisti danno sui Paesi verso cui si esportano maggiormente calzature prodotte in Italia, considerando che, ai primi posti, ci sono la Francia e la Svizzera: <Come mai? La Svizzera è diventata l’hub per molti brand internazionali che vengono a produrre in Italia e che, per la logistica, si appoggiano al piccolo ma strategico Stato europeo. Altrettanto dicasi per la Francia, con la differenza che molti brand sono francesi. Semplicemente, scelgono l’Italia per la produzione e poi le esportano nella loro patria>. Pur di lavorare, i calzaturifici si stanno trasformando in contoterzisti per le grandi firme. Ma il bollettino dei fallimenti, delle chiusure, della riconversione dei calzaturifici in gruppi commerciali, delle richieste di concordato si fa, comunque, sempre più ‘bollente.’ E, giusto per completare il brutto quadro della situazione, è sempre più evidente che, tra le regioni italiane vocate alla moda e alla calzatura, a soffrire di più sono proprio le Marche.

Marisa Colibazzi

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